I vostri articoli di Croce Rossa






pensieri di Croce Rossa



Ultimo articolo pubblicato:
Spesso mi chiedo perché




24 Luglio 2006

Spesso mi chiedo perché

Filed under — admin @ 18:48

Spesso mi chiedo perché.
Forse è deformazione professionale.
Mi chiedo perché succedano le cose. Cose come la guerra. Prima non c’era ed adesso c’è. Perché?
L’altro giorno ho avuto un incontro veloce con i nuovi istruttori di Diritto internazionale Umanitario (XXII corso) ed anche lì mi sono chiesto: perché leggiamo, studiamo e ci ingarbugliamo nei meandri del diritto umanitario e siamo alla fine delle persone felici e soprattutto orgogliose di sapere tutte, o quasi, le leggi che regolano i conflitti?
Sappiamo tutto di necessità militare e di protezione alla popolazione civile.
Sappiamo poi di vivere in una società democratica che rispetta le leggi e le convenzioni.
Poi uno sguardo fuori e ti crollano le certezze.
Raccontavo che quando ero in Croazia durante la guerra del 1992 (ma la parola guerra vuol dire per la gente ancora guerra?) a Zara non riuscivo a riconoscere le autoambulanze. Cercavo di individuarle per vedere come fossero ma vedevo solo mezzi mimetici dell’esercito. Dell’emblema nessuna traccia. Quello famoso di protezione. La croce rossa o la mezza luna rossa.

Cercavo su mezzi che passavano di riconoscere quel simbolo a me familiare. Niente.
Arrivati all’ospedale pediatrico dove eravamo diretti con un carico di aiuti, ho cercato anche lì ma senza risultato.
Solo mezzi mimetici, mezzi di tipo militare.
Alla fine, vinto dalla curiosità, ho chiesto: ma le vostre ambulanze dove le tenete?
Il mio ospite con fare stupito mi indica il mezzo mimetico davanti a me e dice: sono queste.
Ed io: ma il simbolo di protezione ai sensi del Diritto convenzionale?
E lui: abbiamo dovuto cancellarlo e rendere i mezzi più mimetici possibile.
Prima facevano il tiro a segno sulla croce e così va un po’ meglio.
Ho alzato lo sguardo e ho visto che un colpo di mortaio aveva anche squarciato il reparto di oncologia pediatrica…
Ma allora il mio corso DIU, la protezione del personale e dei mezzi sanitari dove è finita.
Perché?

In Albania alcuni anni dopo ho visto sfilare migliaia di piedi di sfollati kosovari che fuggivano dagli orrori di una guerra tanto vicina a noi.
Ero a Kavaje il giorno di Pasqua del 1999. E, giuro, lì non ho visto risorgere nessuno.
Ho visto la dignità di molte ma molte persone finire nel fango, nel fango della disperazione. Non riuscivo a guardare in faccia la gente a cui davamo da mangiare.
Guardavo i loro piedi fasciati da misere scarpe e sentivo l’odore dei loro corpi.
Perché?

A Baghdad posso dire finalmente che c’è la guerra.
Lo dicono i giornali ed allora è vero.
Siamo arrivati preparati per curare i feriti della guerra.
Ci aspettiamo colpi di proiettile, lesioni da bomba e chi ne ha più ne metta. Invece no.
Anche qui arrivano da noi quelli che gli altri non vogliono.
Ci troviamo a curare i più poveri, i poveri dei poveri. Gli ustionati vengono da noi perché negli altri ospedali vengono sì curati ma in maniera superficiale.
Sappiamo bene che le cure su ustioni superiori ad una certa percentuale non hanno esito positivo. E quelli vengono da noi.
E noi li curiamo e se non ci riusciamo diamo loro almeno un ultimo momento di serenità e di dignità.

Perché succede?
Siamo più bravi degli altri? Non credo e mi rifiuto di pensarlo.
Forse mettiamo a frutto quei 2.000 anni di civiltà che abbiamo alle spalle e cerchiamo di dare al nostro simile quella comprensione che vorremmo ricevere da lui.
Quello che adesso è un mio amico iracheno un giorno, nel mio ufficio del Medical City Hospital di Baghdad, mi ha detto piangendo: vi sono grato di quello che fate per la mia gente, ma vi sono grato soprattutto perché mi avete insegnato l’umanità.
Non avevo mai pensato che l’umanità si potesse insegnare.
Ho risentito un “siamo tutti fratelli” ed ho pianto con Hamed.
Al perché della guerra forse non si potrà mai dare una risposta ma sicuramente insegnando ed imparando l’umanità ci potranno essere meno persone disposte a combatterle.

Roberto Baldessarelli

torna a:
Roberto Baldessarelli

20 Luglio 2006

La storia di Sara

Filed under — admin @ 19:29

Baghdad, domenica 5 dicembre 2004

Ieri sera, verso le dieci, per colpa di una bombola di gas difettosa brucia una casa a Baghdad.
Una delle tante disgrazie che qui succedono.
Nella casa che brucia ci sono otto persone.
Sette adulti e Sara.
Sara ha più o meno dieci giorni di vita e ci è stata portata d’urgenza ieri notte qui al nostro Ospedale della CRI al Medical City di Baghdad.
E’ ancora viva perché sua madre, che l’aveva in grembo, colta dalle fiamme l’ha protetta con il suo corpo.
Ultimo gesto di amore e protezione.
Della mamma non sappiamo molto: sappiamo che è stata portata assieme agli altri sei che erano nella casa, tutti ustionati, in altri ospedali.
Sono in gravissime condizioni e ci hanno detto che erano talmente bruciati da sembrare cotti.
Per loro pochissime o quasi nulle le speranze di vita, purtroppo.
Sara ha diverse ustioni di secondo e terzo grado soprattutto ai piedini, a quello sinistro in particolare.
Probabilmente spuntavano dal grembo della mamma che ha cercato disperatamente di proteggerla rannicchiandosi su di lei.
A noi l’hanno portata dei vicini di casa che, dopo aver sfondato la porta, l’hanno trovata piangente sotto la mamma.
E’ nata una gara tra la nostra gente e quella irachena del Nostro Reparto al sesto piano del Medical City per cercare di dare a Sara tutto il possibile. Ogni assistenza.
E’ stata medicata e poi abbiamo cercato il latte per neonati, vestitini ed altro; abbiamo trovato quasi tutto con tanto amore.
Oggi pomeriggio una dottoressa irachena ed una infermiera italiana erano a stirare magliettine portate con difficoltà a misura per Sara, accomunate dall’essere donna.
Domani arrivano i vestitini nuovi. Oggi non è stato possibile: c’era pericolo nelle strade.
Il pannolino, la misura più piccola che avevamo, la veste fino alle ascelle e la rende ancora più piccola ed indifesa.
Sara sarà il nostro Gesù Bambino per questo Natale.
Il Bambinello lo aspettavamo tra qualche giorno.
Così per noi è già Natale.
Forza piccola Sara, non deluderci.
Noi ce la metteremo tutta per rimandarti dai tuoi parenti.

questa è una delle tante storie, belle o brutte, che raccontano quelli come noi

Roberto Baldessarelli
Baghdad (Iraq)

torna a:
Roberto Baldessarelli

4 Luglio 2006

Italia 2 - Germania 0

Filed under — admin @ 23:36

Se puoi sognarlo, puoi farlo.

che errore, cari tedeschi, toccarci sull’orgoglio… adesso mangiatevi ’sta pizza, anzi due (che sono meglio dei vostri krauti e wurstel)

“Eingeölt und angeschmiert” è il titolo di un articolo pubblicato online dal settimanale tedesco Der Spiegel a firma di Achim Achilles, il quale, commentando il passaggio del turno dei nostri Azzurri, ottenuto - secondo l’editorialista - con i soliti trucchetti, si è scagliato contro gli Italiani usando, con la scusa della satira, i soliti vecchi stereotipi offensivi, per non dire insultanti, iniziando il suo pezzo acrimonioso con un titolo a doppio senso (eingeölt = unto, oliato, viscido ; angeschmiert = insudiciato, insozzato, fregato, imbrogliato):

“Oliati e fregati” (con riferimento agli australiani che hanno subito il rigore)

“Viscido e insudiciato” (con riferimento all’Italiano - denominato “Luigi” nell’articolo)

Che questo giornale abbia nel suo mirino l’Italia e i suoi abitanti è dimostrato dai ripetuti articoli negativi che sono apparsi nel corso degli anni (qualcuno si ricorderà ancora dello scandalo - denunciato a suo tempo da Oltreconfine - della pistola su un piatto di spaghetti pubblicato su una copertina dello Spiegel, oppure di un’altra copertina riportante un fotomontaggio di Berlusconi in stile mafioso). Ora il giornale ci riprova, prendendo come spunto la partita “Italia-Australia” per scaricare veleno (e invidia??) sugli Italiani in generale.

Dopo le massicce proteste di tanti Italiani qui residenti, Der Spiegel si è scusato con una breve nota. Ma basta questo ?

Ecco l’articolo incriminato nella sua traduzione letterale e completa:

“Con un discutibile rigore nei tempi di recupero, l’Italia è riuscita ad entrare nei quarti di finale. Il modo con cui si è giunti a questo calcio di rigore, ricorda molto quei calciatori stanchi sulle spiagge dell’Adriatico. Ma questa tattica furbesca può andar bene solo fino alla semifinale”.

L’uomo italiano, chiamiamolo Luigi Forello, è una forma di vita parassitaria. Egli non è in grado di sopravvivere senza aiuto altrui, succhia sempre da qualche parte fin che può . E poi si lascia cadere, volentieri anche sul campo di calcio. Luigi Forello è perennemente impegnato a mostrare il suo bisogno di aiuto. E ciò comincia già con il nome; se non si chiama Luigi, si chiama Andrea o Luca”.

“L’obiettivo primario nella vita di Luigi è quello di evitare qualsiasi sforzo. Il suo animale ospite preferito è “la Mamma”, la sua nutrice tettona che gli lava i calzini di seta e gli cucina ogni giorno la pasta con il sugo denso. All’età di circa 30 anni, l’uomo italiano cambia la cuoca, si sposa per riprodursi. Le conseguenze sono orrende: un’italiana precedentemente bella, si trasforma nel giro di qualche mese in una macchina da cucina dai fiancotti larghi - una nuova mamma. Ma questo a Luigi non interessa, impegnato com’è a prendere parte a un corteo di macchine, ammesso che la sua Fiat traballante ce la faccia ad arrivarci. Per il pranzo è però di ritorno”.

“Particolarmente maligno è il nostro Luigi nello sport, come si può osservare milioni di volte ogni anno sulle spiagge dell’Adriatico. Ha bisogno di ore per ungere il suo corpo mingherlino e la sua capigliatura, per liberare la sua schiena dal pelame rimanente e per ficcare i suoi genitali ben poco spettacolari in un costume da bagno troppo stretto. Poi cammina tutto impettito in giro per ore, per giocare alla fine massimo cinque minuti il calcio in spiaggia. Salta come un pazzo tutt’intorno, imita sbraitando le gesta che ha visto in tv, colpisce rarissimamente la palla, in compenso spesso e duramente le ossa degli altri”.

“Poichè si spossa facilmente, gli basta un leggero sfioramento dell’avversario per cadere melodrammaticamente a terra. Nel cadere fa girare lo sguardo per vedere se tra il pubblico ci siano abbastanza persone, soprattutto donne, che lo possano compiangere e incoraggiare di nuovo. Le languide occhiate delle turiste tedesche sono la base di vita dell’uomo italiano”.

“Quello che è accaduto ieri non è dunque inusuale. Grosso è caduto in area di rigore e sogghignava mentre era ancora in volo. Il non meno viscido Francesco Totti ha trasformato poi il rigore contro l’Australia. Dopodiché si è succhiato il pollice; questo è normale per gli uomini italiani. E’ andata come sempre. Venerdì saranno gli scalcianti taglialegna dell’Ucraina ad essere oliati e fregati. Così, seppur buoni a nulla, gli italiani arriveranno di nuovo fino alla semifinale. Ma poi, cari Luigi, non sarà sempre domenica. Noi abbiamo ancora un paio di conti aperti dall’ultima vacanza italiana“.

Achim Achilles

ps:
uhmm.. il signore qui ha dei conti - un paio - aperti con noi dalla sua ultima vacanza in Italia… corna?


una bella pizza

Per i tedeschi siamo pizza e mafia. Non penso che direbbero lo stesso a Bolzano o Trento. Siamo parassiti, ma succhiamo dalla BMW, dalla Mercedes, piuttosto che dalla nostra FIAT. Siamo parassiti, eppure i tedeschi vengono qui a fare vacanza, da Gardaland alle Isole Tremiti, dalla Toscana alla Sicilia e quando vengono smettono di essere tedeschi e diventano rumorosi, urlanti, vocianti, mangiano male e pretendono. E noi, in silenzio, serviamo, li accudiamo.

Siamo parassiti ed abbiamo accettato che Schumacher venisse in Italia per dieci anni alla Ferrari, senza obbligarlo ad una parola di italiano. Ed infine siamo parassiti ed abbiamo dato alla Germania solo operai, operai, operai.

Ecco, i tedeschi odiano questo in noi: il nostro essere troppo simpatici, troppo allegri, il nostro non prenderci sul serio e non prendere sul serio, la nostra distrazione, la nostra furbizia, la nostra buffoneria, quello che loro non sono mai stati, risultando antipatici, precisi, primi in tutto per forza.

Quindi ci dileggiano e come capita al miglior Caino ed Abele, laddove l’uno risulta più apprezzato, istiga violenza nell’altro e naturalmente si scade nell’esterofobia, pericolosa per noi come per loro, perché entrambi ci portiamo fantasmi ingenuamente apprezzati in passato (Nazismo e Fascismo) ed entrambi confondiamo la politica con la goliardia.

Se avessero scherzato per tutto il pre-partita, i tedeschi sarebbero risultati più simpatici, ma non vogliono esserlo e non ce la fanno. In un paese che ha le iniziali dell’inno nella frase “Deutschland Uber Alles, Über alles in der Welt” a far da contraltare al nostro Fratelli d’Italia, c’è tutta la personalità di due fratelli troppo differenti, a volte troppo emotivi e troppo violenti, come le parole di pietra di qualche stupido giornale.

Adesso i “Luigi” italiani aspettano a Rimini le mogli e le figlie di questi “giornalisti”

E il pallone? Il pallone è tondo, come le palle.

E Beppe Grillo che incitava a fare il tifo per il Ghana quando doveva giocare contro di noi?
Fate voi dove deve andare lui ed i suoi tanti seguaci…




I vostri articoli di Croce Rossa è basato su piattaforma WordPress
Articoli (RSS) e Commenti (RSS).