Spesso mi chiedo perché.
Forse è deformazione professionale.
Mi chiedo perché succedano le cose. Cose come la guerra. Prima non c’era ed adesso c’è. Perché?
L’altro giorno ho avuto un incontro veloce con i nuovi istruttori di Diritto internazionale Umanitario (XXII corso) ed anche lì mi sono chiesto: perché leggiamo, studiamo e ci ingarbugliamo nei meandri del diritto umanitario e siamo alla fine delle persone felici e soprattutto orgogliose di sapere tutte, o quasi, le leggi che regolano i conflitti?
Sappiamo tutto di necessità militare e di protezione alla popolazione civile.
Sappiamo poi di vivere in una società democratica che rispetta le leggi e le convenzioni.
Poi uno sguardo fuori e ti crollano le certezze.
Raccontavo che quando ero in Croazia durante la guerra del 1992 (ma la parola guerra vuol dire per la gente ancora guerra?) a Zara non riuscivo a riconoscere le autoambulanze. Cercavo di individuarle per vedere come fossero ma vedevo solo mezzi mimetici dell’esercito. Dell’emblema nessuna traccia. Quello famoso di protezione. La croce rossa o la mezza luna rossa.

Cercavo su mezzi che passavano di riconoscere quel simbolo a me familiare. Niente.
Arrivati all’ospedale pediatrico dove eravamo diretti con un carico di aiuti, ho cercato anche lì ma senza risultato.
Solo mezzi mimetici, mezzi di tipo militare.
Alla fine, vinto dalla curiosità, ho chiesto: ma le vostre ambulanze dove le tenete?
Il mio ospite con fare stupito mi indica il mezzo mimetico davanti a me e dice: sono queste.
Ed io: ma il simbolo di protezione ai sensi del Diritto convenzionale?
E lui: abbiamo dovuto cancellarlo e rendere i mezzi più mimetici possibile.
Prima facevano il tiro a segno sulla croce e così va un pò meglio.
Ho alzato lo sguardo e ho visto che un colpo di mortaio aveva anche squarciato il reparto di oncologia pediatrica…
Ma allora il mio corso DIU, la protezione del personale e dei mezzi sanitari dove è finita.
Perché?

In Albania alcuni anni dopo ho visto sfilare migliaia di piedi di sfollati kosovari che fuggivano dagli orrori di una guerra tanto vicina a noi.
Ero a Kavaje il giorno di Pasqua del 1999. E, giuro, lì non ho visto risorgere nessuno.
Ho visto la dignità di molte ma molte persone finire nel fango, nel fango della disperazione. Non riuscivo a guardare in faccia la gente a cui davamo da mangiare.
Guardavo i loro piedi fasciati da misere scarpe e sentivo l’odore dei loro corpi.
Perché?

A Baghdad posso dire finalmente che c’è la guerra.
Lo dicono i giornali ed allora è vero.
Siamo arrivati preparati per curare i feriti della guerra.
Ci aspettiamo colpi di proiettile, lesioni da bomba e chi ne ha più ne metta. Invece no.
Anche qui arrivano da noi quelli che gli altri non vogliono.
Ci troviamo a curare i più poveri, i poveri dei poveri. Gli ustionati vengono da noi perché negli altri ospedali vengono sì curati ma in maniera superficiale.
Sappiamo bene che le cure su ustioni superiori ad una certa percentuale non hanno esito positivo. E quelli vengono da noi.
E noi li curiamo e se non ci riusciamo diamo loro almeno un ultimo momento di serenità e di dignità.

Perché succede?
Siamo più bravi degli altri? Non credo e mi rifiuto di pensarlo.
Forse mettiamo a frutto quei 2.000 anni di civiltà che abbiamo alle spalle e cerchiamo di dare al nostro simile quella comprensione che vorremmo ricevere da lui.
Quello che adesso è un mio amico iracheno un giorno, nel mio ufficio del Medical City Hospital di Baghdad, mi ha detto piangendo: vi sono grato di quello che fate per la mia gente, ma vi sono grato soprattutto perché mi avete insegnato l’umanità.
Non avevo mai pensato che l’umanità si potesse insegnare.
Ho risentito un “siamo tutti fratelli” ed ho pianto con Hamed.
Al perché della guerra forse non si potrà mai dare una risposta ma sicuramente insegnando ed imparando l’umanità ci potranno essere meno persone disposte a combatterle.

Roberto Baldessarelli

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Roberto Baldessarelli