Lun 7 Ago 2006
In guerra si muore anche dentro
Postato da admin in Varie
In guerra si muore anche dentro
Vi proponiamo questo interessante articolo della psicologa Giulietta De Santis che sicuramente interesserà quelli di noi che in Croce Rossa fanno parte delle “Squadre di soccorso psicologico in emergenza”.
Delle mutilazioni psichiche, dei dolori interiori, delle devastazioni psicologiche che porta con sè una guerra nessuno parlerà mai sufficientemente. Sembrerà un sofismo intellettuale soffermarsi sulla “mente ferita” quando i corpi sanguinano, non hanno cibo nè acqua, muoiono.
Eppure quei traumi invisibili che lasciano cicatrici sull’animo saranno i più difficili da superare, più complessi da gestire della ricostruzione di edifici e infrastrutture.
I teorici lo chiameranno “disturbo post traumatico da stress” con terminologia asettica, si elencheranno i sintomi: il dolore persistente, gli incubi, i flashback, l’astenia emotiva, la paura incontrollabile. Anche molto tempo dopo che le bombe avranno smesso di cadere sulle case. Depressione, suicidio, agora o claustrofobia, ansia, saranno le categorie cliniche, le parole diagnostiche per classificare la sofferenza inclassificabile.
E’ naturale che in questo momento in Libano bisogna affrontare l’emergenza umanitaria con pragmatismo ed efficienza, e portare conforto materiale, ma l’aiuto psicologico deve essere fornito con altrettanta sollecitudine e competenza. Già ad opera di soccorritori e del personale della protezione civile.
Il parlarne, il comunicare le proprie emozioni, l’esprimere il proprio senso di disperazione e trovare contenimento nell’ascolto amorevole ed empatico di un altro essere umano può essere importante tanto quanto essere curati nel corpo, ricevere cibo e coperte e un rifugio sicuro.
Perchè, come ha affermato Roberto Cafiso, psicoterapeuta specialista in Psicologia dell’Emergenza: “la sindrome post-traumatica di una guerra è diversa dal dopo-shock di una catastrofe naturale perché investe la fiducia nei propri simili.”
Aiutare e dare sollievo alle ferite interiori non consente soltanto di arginare le problematiche di salute mentale delle popolazioni colpite, significa anche gettare il seme della pace.
Una popolazione psicologicamente abbandonata durante e dopo una guerra è una popolazione che vorrà esasperare e cronicizzare la diffidenza con gli altri popoli, che per autotutelarsi svilupperà forme di avversione e odio difficilmente superabili, rendendo l’eventuale termine del conflitto soltanto un armistizio sulla carta, senza profonda e sostanziale “riconciliazione”.
Essere “psicologicamente” vicini ai popoli colpiti significa spingere per la ricostruzione di nuovi modelli di coesistenza, nuove considerazioni dell’altro, nuove forme di collaborazione.
Guarire la guerra. Ecco ciò che bisogna fare.
Progetto ambizioso, ma essenziale e da troppi ciecamente ritenuto superfluo o procastinabile.
Guarire la guerra - Esperienze e prospettive psicosociali in zone di conflitto è il titolo di una conferenza internazionale svoltasi a Roma il 19 e 21 giugno scorso, di cui troverete i contributi di riflessione in questo sito.
E speriamo che finisca presto…
Giulietta De Santis psicologa
in Psicocafé
qui
come padre separato e con figlio in cure psicologiche a base, anche, di medicinali vari a cui sono contrario segnalo la campagna - sempre di Psicocafé - “No Prozac to children”
(cliccare sull’immagine)


