Loro combattono e noi? Noi sotto.
Quando gli elefanti combattono è l’erba che muore…
Il 25 maggio 2006 ho letto sul Blog di Beppe Grillo una lettera di Gino Strada di Emergency dove si capisce che fra questi e Alberto Cairo della Federazione della Croce Rossa Internazionale non tira aria buona (e la cosa, ad un volontario come me, non fa piacere).
Ma ecco qui il testo della stessa - e che poi ho ritrovato pari pari in diversi siti e blogs di chiara area politica (fra cui quello di Jacopo Fo) facendo una ricerca con Google - e le informazioni che darò poi.
Vi faccio notare che il neretto è quello originale del blog di Grillo.
“Mi fanno conoscere da Milano, la sorprendente intervista ad Alberto Cairo, “il medico italiano da 16 anni in Afghanistan”, uscita su Magazine. Chissà perché i giornali si ostinano a definire Alberto Cairo un medico, e chissà perché Alberto Cairo regolarmente non smentisce? Sa anche lui di non esserlo, è dottore in legge, di professione fisioterapista.
Così, dopo aver appreso che l’oppio-2006 “sarà una grande annata, senz’altro il migliore raccolto dal ‘99″, il fisioterapista italiano spazia sul mondo: dalla droga a Karzaj, dagli aiuti umanitari a Maurizio Scelli. Ne ha per tutti.
“La gente comincia a non fidarsi più del simbolo della Croce Rossa“. Che scoop! Se ne è accorto, con anni di ritardo, anche Alberto Cairo, che tra l’altro per la Croce Rossa lavora, anzi per l’Icrc, il nucleo originario ginevrino del movimento della Croce Rossa.
Noi, sfortunatamente, ce ne rendiamo conto da molto tempo. E ci rendiamo conto che “la gente”, anche qui in Afghanistan e non solo in Iraq, ha perfettamente ragione a non fidarsi.
Ai tempi della occupazione sovietica, i responsabili dell’Icrc definivano i mujaheddin “la resistenza afgana” (vi sono centinaia di rapporti e documenti con questa definizione), ma ai tempi dell’occupazione americana (e italiana!) quelli che combattono le forze occupanti sono tutti chiamati da Cairo “talebani”, semplicemente. Alla faccia della “neutralità”, uno dei sacri e sbandierati principi dell’Icrc. “E gli americani sono cinque anni che li combattono” precisa il fisioterapista.
Verissimo. Da cinque anni in Afghanistan vi sono scontri, attentati, assassinii, rapimenti, sparizioni, torture, bombardamenti. Direi che la parola “guerra” descriva bene la situazione.
Invece no, almeno secondo Cairo, che non perde l’occasione – per lui un vero hobby – di lanciare frecciate ad Emergency. Io sarei “bravissimo a farmi pubblicità”: grazie, me ne compiaccio.
Ma poi, per dare sostanza alla calunnia, precisa “i suoi ospedali curano le ferite di guerra. Ma la guerra è finita”.
Gli ospedali, naturalmente sono quelli di Emergency e non i miei. Strana però questa guerra, nella visione di Cairo: un po’ c’è, un po’ no, si combatte ma è finita, si spara ma non ci sono feriti… Ho l’impressione che se Emergency decidesse di aprire un reparto ustionati il dottor Cairo direbbe che il fuoco non scotta. Problemi suoi.
Quando nel 2000 Emergency decise di aprire il Centro di Kabul per curare le vittime di guerra, l’Icrc insorse. Protestarono con l’ambasciata italiana a Islamabad (quella di Kabul era chiusa), con il Ministero della sanità a Kabul (talebano), con la delegazione italiana all’Onu a Ginevra.
Protestarono perché si apriva un ospedale: perché pensano di detenere in esclusiva - lo pensano davvero! – il diritto di decidere quando un ospedale serve e quando no, se è bene o male che ci sia.
In quella occasione, e fu anche l’ultima, Alberto Cairo visitò la sede di Emergency a Milano.
Venne a spiegarci che “quell’ospedale per vittime di guerra non serviva“, che i bisogni erano “coperti da loro”, cioè dall’Icrc.
Intendeva ben altro, ma non poteva dirlo.
Avrebbe dovuto dire che il Comitato Internazionale della Croce Rossa aveva ricevuto in passato, e continuava a ricevere, una grande quantità di milioni di dollari all’anno – soprattutto da vari governi – per curare i feriti di guerra in Afganistan. Voleva dire che chiunque avesse aperto un nuovo Centro – magari un ospedale pulito, efficiente, di alto livello – poteva fare ombra (e far calare i dollari e gli yen) alla mitica Icrc e al “suo ospedale” a Kabul: quello di Karteh-Seh, che ben conosco.
Lo visitai nell’aprile del 2000: una sorta di immondezzaio dove le pazienti-donne stavano chiuse in una prigione con un chiavistello e la guardia davanti, a impedire visite a chiunque, medici compresi. Chiuse a chiave e guardate (non a vista, naturalmente) dai talebani, in un ospedale sostenuto dalla Croce Rossa. In questo modo erano “coperti” i bisogni. Da loro.
Emergency ha aperto il Centro di Kabul (che ha fatto seguito al Centro di Anabah e ha preceduto quello di Lashkargah) perché ce n’era bisogno. Nel 2001, epoca talebana.
L’unico ospedale nel Paese, ancora oggi, dove i feriti non spendono nulla per essere curati.
In cinque anni, quell’ospedale “inutile” ha curato 40.890 pazienti, ricoverati o trattati ambulatorialmente, ed eseguito 12.173 interventi chirurgici. Senza distinzione, neanche di genere. Le donne hanno potuto essere curate e hanno potuto lavorare, curare altri, senza chiavistelli né burqa, in un ambiente ospitale non discriminante.
Quell’ospedale “inutile” è riconosciuto ufficialmente dal Ministero della Sanità afgano come il Centro di eccellenza nazionale per la chirurgia di guerra e traumatologica.
In quel Centro – dotato tra l’altro dell’unico reparto di Rianimazione di tutto il Paese e dell’ unica tomografia computerizzata gratuita per la popolazione - c’è un alto standard di cura e di passione nel lavoro. Anche per questo, oltre che per la sua igiene e in qualche modo la sua “bellezza”, questo ospedale è considerato da tutti il migliore in Afganistan.
Non da Alberto Cairo, ovviamente, che senza averlo mai visitato può comunque proclamare che “di ospedali così ce ne sono almeno altri 15″. Mi piacerebbe davvero.
Avanzerei una proposta, a giornalisti del Corriere o di altre testate. Andate a vederli, gli ospedali segnalati da Alberto Cairo, e scriveteci su, magari immaginandovi di essere voi i pazienti.
Poi, se ne avete voglia, passate a visitare il “Centro Chirurgico per vittime di guerra di Kabul“. Qui lo chiamano “Emergency Hospital”, qualsiasi cittadino di Kabul ve lo saprebbe indicare. Non servono appuntamenti né preavviso, non abbiamo bisogno di passare un po’ di vernice fresca…
E già che ci siete, chiedete ad Alberto Cairo di farvi visitare, essendone direttore, i “6 ospedali ortopedici della Croce Rossa Internazionale sparsi in tutto l’Afghanistan”.
Ospedali ortopedici? Neanche l’ombra!
Laboratori per la produzione di protesi sì. Ma che c’entrano con gli ospedali? Se un fisioterapista (con tutto l’affetto per la categoria) diventa “medico”, un centro protesi diventa poi un ospedale ortopedico? Non è “creativa” solo la finanza!
Dimenticavo. Ogni anno, dall’ “ospedale ortopedico” dell’Icrc di Kabul numerosi pazienti, vittime di guerra “a guerra finita”, sono stati inviati al Centro di Emergency perché bisognosi di interventi ortopedici. Feriti immaginari i nostri o ospedali fantasma i loro?
Finale a sorpresa. Ho finito da poco di scrivere queste note in risposta ai reiterati attacchi giornalistici (non provocati, come si usa dire) di Alberto Cairo contro Emergency e contro di me, e mi accingo a gustare la pastasciutta serale con il resto del team di Emergency, quando riceviamo la visita - alle venti e trenta di mercoledi 5 aprile - del Capo Delegazione dell’Icrc.
Il numero uno della Croce Rossa Internazionale in Afghanistan, Reto Stocker, viene a casa nostra accompagnato dal dottor Alberto Cairo.
Ci spiega che “it has been a big fuck-up”, espressione grassoccia equivalente a “una gran stronzata”. Il dottor Cairo ci dice d’essere stato a cena in Italia con amici, tra i quali la giornalista Camilla Baresani, autrice del “servizio”. Chiacchierando nel dopocena – quando, si sa, la lingua è più sciolta… - si spazia da Karzaj a Scelli, dalla droga alle Ong e gli sono scappati quei commenti su Emergency. Spiega anche, molto dispiaciuto, di avere detto sul nostro lavoro anche altre cose molto carine che la giornalista cattivona e faziosa ha poi “tagliato” dall’intervista travisandone il senso. Che peccato!
Il Capo Delegazione dichiara che questa vicenda è stata un grave errore da parte di Alberto Cairo, e che dall’Icrc hanno anche protestato con la giornalista, oltre che pesantemente redarguito il loro dipendente.
“Sono venuto per porgere ufficialmente le scuse dell’Icrc e per assicurare a Emergency che una cosa del genere non si ripeterà” ha detto Reto Stocker, in presenza di testimoni. Bene. Ma le calunnie e il danno sono pubblici. Perché non scrivere queste cose al Corriere, chiedendo una rettifica? Lo abbiamo chiesto ufficialmente. “Io non sono disposto a farlo” ha risposto Cairo.
Prima getta fango su Emergency in centinaia di migliaia di copie – ma le sue parole sono state fraintese, d’altra parte capita anche ai Presidenti del Consiglio! -, poi si rifiuta di scrivere una lettera al giornale per dire come stanno le cose.
Sono in ritardo per la cena. Arrivederci alla prossima.”
Gino Strada.
Cercando in internet una maggiore documentazione e l’articolo di cui si parla (mai credere senza verifiche mi hanno insegnato) ecco che trovo finalmente anche l’articolo oltre alla miriade di “specchi” della stessa lettera dove, vi faccio notare, ho messo io in neretto alcune frasi o parole:
Alberto Cairo
intervista per Corriere della Sera Magazine, marzo 2006
“Questa sarà una grande annata. Ha piovuto moltissimo: le altre colture sono state danneggiate, l’oppio invece avrà un raccolto abbondante e di qualità. Senz’altro il migliore dal ‘99, quando i papaveri li piantavano anche lungo le strade, un anno prima che il mullah Omar ne vietasse la coltivazione”.
Parliamo di droga, ospedali, cooperanti e islam con Alberto Cairo, fisioterapista piemontese da sedici anni a Kabul, dove è responsabile dei sei ospedali ortopedici della Croce Rossa Internazionale sparsi per tutto l’Afghanistan.
E’ a Milano per una breve vacanza: ne approfitta per mangiare moltissimo, guardare tutti i dibattiti televisivi per farsi un’idea su chi votare (quest’anno, per la prima volta, potrà farlo a Kabul). Oggi poi deve fare incetta di cose da portare con sé nel viaggio di ritorno.
Soldi e medicinali, innanzitutto; ma anche spaghetti, scarpe, e perfino ostie: dopo la nostra chiacchierata andrà dalle parti di Piazza Duomo a farne scorta per la chiesa cattolica ospitata nell’Ambasciata italiana di Kabul.
Torniamo alla droga: “L’hashish in Afghanistan lo fumano quasi tutti, stranieri e indigeni. L’oppio no: a parte qualche madre che dà la pallina d’oppio come calmante al bambino, lo consumano soprattutto gli stranieri e gli afgani rientrati dai campi profughi iraniani e pakistani.
Fino alla fine del regime talebano, questo era un paese molto chiuso alle influenze esterne: l’oppio si coltivava ma non si consumava. Oggi invece gli afgani si accorgono che la tossicodipendenza può diventare un problema anche nel loro paese, non solo nell’America decadente e fra qualcuno dei tre-quattrocento cooperanti occidentali. Iniziano ad avere un atteggiamento critico sulla coltivazione del papavero.”
Gli chiedo quale sia l’effettiva utilità dei cooperanti delle Ong (organizzazioni non governative): “Sono persone piena di buona volontà, ma spesso il problema è che restano troppo poco. Già per riuscire anche solo a capire la vita di Kabul ci vogliono alcuni mesi, e in un anno non si fa a tempo a fare quasi nulla.
Molti se ne vanno quando hanno appena iniziato a costruire qualcosa, e magari quelli che arrivano al posto loro hanno idee diverse e disfano il poco che è stato fatto”.
Ma anche tra i volontari c’è chi ha più velleità che volontà. “Spesso propongono progetti assurdi, roba che ho già visto fallire decine di volte. I consorzi di ricamatrici, per esempio: l’artigianato da vendere in occidente funziona solo se è di altissima qualità, altrimenti non lo vuole nessuno.
A non avere i piedi per terra sono soprattutto le volontarie, spesso convinte che per cambiare qualcosa basti mandare a scuola le donne afgane e dare internet a tutti. Sono progetti nobilissimi, ma è una buona volontà che non porta da nessuna parte. Mancano le cose basilari, ed è da quelle che bisogna cominciare.
E poi molti di loro non avevano previsto la durezza della vita di Kabul: non si capacitano che la sera non ci sia niente da fare, se non appunto la tentazione della droga. Alcuni ci cascano, e poi stanno malissimo perché non sono abituati a stupefacenti così puri.
Fare amicizia con i locali è praticamente impossibile; fare vita sociale con gli altri occidentali, se non impossibile è quantomeno difficile, visto che a Kabul ci sono solo tre ristoranti e chi ci mangia prende regolarmente la dissenteria.
Turismo, neanche a parlarne: dopo il rapimento di Clementina Cantoni, è la stessa ambasciata italiana a sconsigliare di uscire da Kabul. Io stesso, per non correre rischi raggiungo l’ospedale facendo ogni mattina una strada diversa”.
Alberto Cairo è un bell’uomo, magro (a Kabul si mangiano soprattutto legumi e verdure), con la voce e gli occhi che esprimono una sorta di entusiasmo poco chiassoso.
Mi parla del nostro ambasciatore, Ettore Sequi, che ha fatto “una cosa bellissima”: è riuscito a impiantare una piccola produzione di ottimo olio d’oliva extravergine. A parte l’olio, però, la vita di Kabul pare infernale.
Lunghe estati brucianti e polverose, con la sabbia che s’insinua ovunque. Brevi inverni gelidi e nevosi. Niente sistema fognario, quindi continui rischi di epidemie.
E una città di quasi quattro milioni di abitanti, costruita per ospitarne cinquecentomila, soffocata da un traffico caotico e furibondo.
L’aspetto mite e la voce suadente di Cairo si increspano quando gli chiedo cosa pensi della “gestione Scelli” della Croce Rossa Italiana.
Dice che il danno d’immagine per aver fatto entrare a Baghdad la Croce Rossa con i soldati è stato una vera tragedia. “I soldati intervengono per far cadere o sostenere un governo insediato, cioè per scopi militari; noi invece siamo lì per scopi esclusivamente umanitari.
L’amministrazione militare può in certe occasioni convergere con quella umanitaria, ma le due non devono mai viaggiare in parallelo.
Invece ormai anche in Afghanistan si vedono arrivare nei villaggi camionette militari con lo stemma della Croce Rossa. Sono quelle dell’ISAF (le forze di sicurezza internazionali), e creano una confusione molto pericolosa, perché se io raccolgo un talebano ferito, lo curo e basta; mentre se lo raccoglie una pattuglia militare, oltre a curarlo lo porta in carcere e lo interroga.
E così la gente comincia a non fidarsi più del simbolo della Croce Rossa“.
Gli chiedo se i suoi rapporti con Gino Strada, notoriamente poco cordiali, siano migliorati.
“Preferisco non parlarne. Dico solo che Strada è bravissimo a farsi pubblicità, il più bravo tra quelli che conosca. E questo è un aspetto positivo, perlomeno dal punto di vista della raccolta di fondi.
Per il resto, non ho praticamente alcun tipo di rapporto con lui. Emergency ha ospedali chirurgici che curano le ferite di guerra. Ma la guerra è finita, e di ospedali che curano le stesse cose a Kabul ce n’è almeno altri quindici.
Prima c’erano più di dieci vittime da mine al giorno, adesso solo due. I problemi e le emergenze sanitarie sono diventati altri”.
I sei ospedali diretti da Alberto Cairo hanno moltissimo lavoro: hanno fornito quattordicimila protesi a pazienti che poi vanno comunque accuditi a tempo indeterminato, e curano cinquantacinquemila persone all’anno.
“Solo una su cinque delle persone che curiamo è vittima della guerra. Ormai l’emergenza è la vita quotidiana: le paralisi cerebrali infantili, le deformità congenite spesso dovute all’endogamia, i dolori articolari invalidanti in un paese di contadini e donne sempre incinte, la poliomielite, la tubercolosi ossea…”.
Nei suoi ospedali, Cairo dà lavoro a circa cinquecento afgani handicappati. “Perché d’accordo, ti dò una gamba nuova: ma perché diventi davvero gamba e non rimanga solo una protesi, devi anche avere dove andarci, cioè un posto e un lavoro dove poterla usare.”
La preoccupazione per la sempre più frequente commistione tra forze militari e Croce Rossa non significa che Cairo disapprovi l’intervento americano.
“Sono una persona pratica: per me qualsiasi cosa potesse far cadere i talebani era provvidenziale. Il problema semmai è che non ci sono ancora riusciti: la zona attorno a Kandahar, a sud del paese, è ancora piena di talebani, e dopo cinque anni gli americani ci stanno ancora combattendo.
Il problema è che il confine tracciato nel 1893 dagli inglesi ha diviso a metà la popolazione pashtun, molto legata ai talebani. E di fatto s’è creato uno stato autonomo a cavallo tra Pakistan e Afghanistan, con forte potere di ricatto sui governi centrali dei due paesi.
Senza contare che si tratta di una regione che sembra fatta apposta per le imboscate e la guerriglia”.
Di Karzai dice che è una persona piena di buona volontà, “stretta tra venti incudini e venti martelli: fondamentalisti, etnie, gruppi religiosi, americani ed europei che vorrebbero spingere per riforme più celeri… E soprattutto la popolazione, insoddisfatta perché pensava che una volta partiti i talebani i soldi sarebbero piovuti dal cielo”.
Gli chiedo se dopo sedici anni a Kabul sia riuscito a farsi un’idea precisa del carattere di questo popolo così bellicoso.
“Gli afgani potrebbero risorgere e fare cose meravigliose, perché sono intraprendenti e imparano in fretta. Ma sono vittime di credenze e tradizioni che li vincolano, di leggi tribali che li frenano e li costringono a fare i contadini quando invece avrebbero la stoffa per diventare ottimi imprenditori.
Il risultato è che in tutto il paese si fa una vita miserabile. Tanto che non esistono emigrati ‘modernizzati’ che tornino a vivere qui: meglio taxista a New York che medico a Kabul.”
Come mai dice che è impossibile fare amicizia con un afgano? “Per esperienza personale. Perché anche con le due o tre persone con cui ho stabilito rapporti di autentica familiarità, sono costretto a rendermi conto che non esiste un vero scambio: dopo sedici anni che vado a casa loro, non riescono ancora a considerarmi abbastanza amico da lasciarmi vedere le loro donne.
Va detto che in Afghanistan nascere donna è un dispetto che ti ha fatto tua madre. Per le occidentali, poi, nutrono un disprezzo assoluto: il fatto che viaggino da sole, senza marito, già basterebbe a squalificarle.
Ma poi ci si mettono anche i nostri programmi TV, che loro considerano terribilmente ’spinti’, e che quindi li convincono che le donne occidentali siano tutte come quelle che vedono in TV.”
Ma questo famoso musulmano moderato esiste davvero o è una figura mitologica? “Esiste, certamente, però non bisogna mai dimenticare che l’Islam è una religione completamente diversa dalla nostra.
Per noi la carità è una missione in sé, senza distinzioni; per il musulmano, invece, non esiste il volontariato come lo intendiamo noi: per lui è inconcepibile andare ad aiutare il prossimo indipendentemente dalla sua religione.
Tant’è vero che anche gli afgani che mi conoscono da anni continuano a sospettare che io abbia un doppio fine”.
Inevitabile a questo punto chiedere ad Alberto Cairo cosa pensi della pena capitale comminata all’apostata afgano. “Il fatto che la legge coranica preveda la condanna a morte per chi si converte non è una novità. Però non mi risulta che sia mai stata applicata.
Anche perché i convertiti sono reduci dai campi profughi, quindi quasi degli stranieri: un fenomeno marginale. Poi va anche detto che Abdul Rahman è stato denunciato perché voleva portarsi via le figlie, non perché è diventato cristiano.
E a quel punto il giudice non poteva non applicare la legge. Ma il fatto che sia ricorso alla formula dell’infermità mentale è positivo.
Per gli afgani l’importante è non essere costretti a sconfessare le regole: fatto salvo questo, sono prontissimi a mostrare il loro lato conciliante. Trovo che sia stata un’ottima soluzione, non le pare?”
Bene, come un attento lettore può desumere ci sono cose dette qui che fanno pensare a qualcosa di poco chiaro e ne elenco le più importanti:
1) Alberto Cairo non si definisce dottore, come detto da Strada, e addirittura - basta una ricerca con Google - corregge chi lo definisce così (vedi http://www.ilnostrotempo.it/drupal/?q=node/443 dove si legge: “Non sono un medico: sono laureato in Giurisprudenza. Studiavo a Torino e per arrotondare lavoravo alla Sip (ora Telecom), sono rimasto tre anni nell’ufficio legale, ma non era la mia vocazione, così ho mollato tutto e mi sono iscritto a una scuola di fisioterapia…”);
2) la gente in Afghanistan non si fida più della Croce Rossa per l’uso improprio fatto del simbolo da alcuni (ISAF), non per una avversione nei nostri confronti e in tutto il mondo (!) come potrebbe sembrare, ma guarda tu il caso, leggendo Strada che estrapola una frase dal resto del contesto;
3) Alberto Cairo non calunnia affatto Emergency, come dice Strada, anzi - visti i rapporti tesi - si limita a complimentarsi sinceramente su come Gino riesca a trovare fondi che, come noi tutti volontari sappiamo benissimo, ci servono tantissimo;
4) spiace dirlo ma chi offende l’altro (ospedali immondezzaio) è proprio Strada;
5) Cairo e Strada, ricordo benissimo per il secondo e basta leggere quanto qui sopra per il primo, non sono stati entrambi “teneri” sia con Scelli sia col passato governo che ci ha mandato in Iraq al punto da far pensare che le loro diatribe siano più di “categoria” che di rivalità politica.
6) Alcuni dei famosi siti e blogs “specchi” (tutti ferocemente di sinistra) riescono con un contorto ragionamento a far rientrare Cairo in un area politica a cui evidentemente non appartiene e a farne un “pro Scelli” cosa che altrettanto evidentemente non è.
Addirittura uno crede (a parte il solito mal informato o mal informatore di Indymedia) che Scelli sia ancor oggi nostro Commissario o così vuol far credere a chi lo legge.
All’anima dell’imparzialità e superiorità morale…
Il problema, con tutti questi signori, è che volendo dare addosso al nemico politico vanno “in amore” con chi lo attacca; ma, in questo caso, non si rendono conto (avendo i peli sul cuore) che chi ci va realmente di mezzo è il mondo del Volontariato, quello con la V maiuscola.
Ci sarebbe da continuare, ma non credo che questo elenco di punti sia la cosa più importante qui per noi Volontari di base.
Penso che a nome di tanti colleghi e di tutti i Volontari, senza alcuna distinzione di bandiera, posso chiudere così:
“Non ne possiamo più dei vostri giochi e scaramucce da comari e vi pregheremmo di tornare nell’ombra come fate fare sempre a noi che siamo la vera ed unica base che vi permette di essere dove siete (vergogna).
Lasciate perdere i blogs compiacenti e “politicizzati” radical-chic e pensate piuttosto a dare maggior onore all’opera umana che indubbiamente fa parte della vostra vera vita.
Un consiglio a Strada: forse hai letto in fretta, forse il pezzo ti è stato letto per telefono… forse… forse sarebbe meglio documentarsi prima di andare a mangiare gli spaghetti, come abbiamo fatto anche noi umilmente.
Un consiglio a Grillo: se è vero che ci tieni all’imparzialità anche tu fai ricerche prima che 1000 e passa commenti siano quasi tutti a favore di una sola parte, altrimenti ci costringi a pensare che…”
Maurizio Prattico Volontario del soccorso
(e non sono dottore, non sono medico e nemmeno fisioterapista!)
Il blog di Grillo: http://www.beppegrillo.it/2006/05/gino_strada_eme.html
L’articolo incriminato: http://rcslibri.corriere.it/bompiani/_minisiti/baresani/cairo.shtml
La semplice ricerca che moltissimi che prendono per oro colato quello che gli viene detto, ma solo da chi dicono loro (bravi ingenui), non hanno fatto:
gino strada alberto cairo cliccate qui.
E, per capire a cosa servano gli “specchi”, provate adesso a cercare “croce rossa” con Google e vedrete, per diverso tempo, che chi tanto critica il “potere” di alcuni sui media come allo stesso modo ne faccia uso conoscendone tecnicamente le debolezze:
cerca croce rossa cliccate qui.
Conosciamo questi “mezzucci” e ci vergogniamo per chi ne fa uso.